I ricordi, quelli belli, ai tempi del Corona Virus

Stamattina, come ogni mattina, appena sveglia ho letto le notizie. È diventata un’abitudine nelle ultime settimane, quasi ad avere l’appuntamento col bollettino di guerra del giorno prima. Ma stamattina l’immagine in prima pagina era davvero un’immagine di guerra: camion militari a Bergamo che portavano via i cadaveri. E per la prima volta da quando sono rinchiusa in casa ho sentito lo sconforto impadronirsi di me e mi sono messa a piangere guardando quella foto.
Da oramai due settimane sono chiusa in casa da sola. Ho iniziato a vedere la spesa settimanale (che ho sempre odiato) come quell’unica possibilità di uscire e vedere qualcuno che non sia la mia immagine riflessa allo specchio. Ho iniziato addirittura ad uscire sul terrazzo di casa e a rimanerci per più dei 5 minuti necessari a stendere il bucato pur di vedere dei visi che non siano foto su un social network. Sarebbe facile in una situazione del genere farsi prendere dallo sconforto e dalla tristezza ma in due settimane non era mai successo, mai, fino a stamattina, fino a quando ho visto quella foto.
Ho avuto bisogno di pensare a qualcosa di bello, a qualcosa che mi facesse ricordare tempi migliori, a qualcosa che mi facesse sperare in tempi migliori.
In un istante mi è tornato in mente quel giorno di fine dicembre in Sudafrica, poco più di 2 mesi fa, quando tutto questo sembrava così lontano, sembrava così impossibile. Quel giorno sulla strada che da Cape Town ci portava al Capo di Buona Speranza ci siamo fermate a Kalk Bay, pittoresca cittadina dove il tempo sembra essersi fermato e dove, tra un negozio di cianfrusaglie e un rigattiere, una passeggiata sul molo e una foto con i leoni marini non puoi proprio mancare di fare colazione all’Olympia Cafè, locale tanto vintage quanto affollato. Sorrido mentre mi ricordo quanto mi sono arrabbiata per aver aspettato un’ora la mia squisita colazione: uova, pancetta, salsa bernese e del pane tostato se non ricordo male. E pensare che adesso ne aspetterei anche due di ore se potessi uscire per fare quella colazione.
Dopo Kalk Bay e dopo un rapido saluto ai buffi pinguini di Simon’s Town, la nostra corsa è ripresa per portarci ancora più giù, dirette verso quello che, erroneamente, è spesso indicato come il punto più Sud del continente africano. Pochi chilometri prima una breve sosta al Neptune’s Diary, giusto il tempo di farci inseguire dagli struzzi e correre urlando come oche starnazzanti verso la macchina!

Neptune’s Diary


E poi finalmente lui, sua maestà Il Capo, come lo chiamano da quelle parti. L’immensità dell’oceano, l’altezza delle rocce, l’intensità del vento, la maestosità della vista tutto intorno… e quel senso di pace interiore ma allo stesso tempo di potenza che tutto quello mi trasmetteva. Là sopra ti senti forte, invincibile, senti che con la serenità che quella visuale ti trasmette puoi vincere tutto e tutti, puoi fare qualsiasi cosa.
Ecco, stamattina avrei voluto essere là, avrei voluto fare il pieno di quella forza, avrei voluto poter dire “abbiamo vinto, ce l’abbiamo fatta, siamo liberi”. Ma dovrò aspettare, forse come la mia colazione a Kalk Bay. Quello che non vi ho detto prima è che era talmente buona che ne è valsa la pena!

Capo di Buona Speranza

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