Il mio Ramadan

Quando un mese fa stavo organizzando il mio viaggio di lavoro in Marocco, la scoperta che gli unici 3 giorni che avevo a disposizione tra aprile e maggio sarebbero coincisi con i primi 3 giorni di Ramadan non mi ha spaventata, anzi. L’idea di vivere un’esperienza di cui ho sempre sentito parlare ma che in realtà non so bene cosa significa e di viverla immersa nella cultura di un paese di cui fa parte, mi emozionava e incuriosiva. Per cui ho deciso che sarei andata in Marocco durante e per il Ramadan, e non nonostante il Ramadan.

Sono arrivata a Casablanca la sera prima dell’inizio ufficiale del Ramadan in Marocco; ho scoperto che non inizia lo stesso giorno in tutti i paesi ma allo spuntare di quello che loro chiamano il “Croissant di luna” del mese designato. In Marocco il digiuno (inteso non solo come cibo ma anche bevande, compresa l’acqua, fumo, sesso, etc) è obbligatorio per tutti i mussulmani ma non per gli altri. Per cui io, in quanto visitatrice non mussulmana, avrei potuto mangiare e bere tranquillamente. Ma volevo, per quanto possibile, rispettare questo momento e le tradizioni di un paese in cui ero ospite.

Tra l’altro mangiare e bere dall’alba al tramonto non è certo impresa facile nei giorni del Ramadan: bar, ristoranti, pasticcerie, caffetterie sono chiusi almeno fino alle 16 quando aprono per cominciare le preparazioni per la grande abbuffata di quella che chiamano “la rottura del digiuno” che coincide col tramonto quando i Muazzin dalle moschee danno il LA per iniziare a gozzovigliare.

Il primo giorno, nonostante i miei buoni propositi, non c’è stato nulla da fare: la cliente che mi ospitava ha insistito talmente tanto perchè io pranzassi che ad un certo punto mi è sembrato che rifiutare fosse quasi più irrispettoso che mangiare, per cui, con buona pace dei miei sensi di colpa e per la gioia del mio stomaco, ho pranzato.

Il secondo giorno però sono riuscita ad impormi e, a parte la colazione con servizio in camera alle 8 di mattina (chiedo venia ma nell’intimità della mia cameretta non credo di aver offeso nessuno), non ho più toccato cibo o acqua fino alle 19.20 ora in cui al ristorante si è aperto un buffet che in confronto i matrimoni italiani sono cose da poracci. Il cibo era a dir poco strepitoso, ma questo lo sapevo, in Marocco si mangia da Dio, e si spaziava da 4 tipi diversi di tajine, a insalate di vari tipi, al cous cous passando per il sushi e i paninetti farciti con qualsiasi cosa per finire con un buffet di dolci che la prova costume neanche tra 3 anni la passo!

A distanza di 2 settimane, nonostante l’acquolina in bocca che ancora mi viene a pensare al cibo, la cosa più bella che ricordo di quel giorno è stata aver avuto la possibilità di rispettare una tradizione di un paese in cui ero ospite e di condividere con i miei ospiti questo momento importante e di festa. Loro non mi hanno imposto nulla, anzi, ma hanno apprezzato molto il mio voler rispettare e seguire il loro digiuno. E io l’ho fatto con gioia.

Ah, dopo cena mi sono fatta 6 piani di scale a piedi, giusto per vedere se riuscivo a ridurre a 2 gli anni che mi separano dalla prova costume!

Nota: avrei voluto ci fossero più foto per questo post, il buffet meritava davvero, ma non era una sagra, nè un fenomeno da baraccone, ma un momento religioso che ho ritenuto giusto rispettare non facendo foto.

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