Quella volta che imparai a volare

31 Dicembre 2018, Swakopmund, Namibia.

Sono seduta su una panca che aspetto. Indosso una tuta rossa, per fortuna mi hanno dato quella rossa e non la gialla, il giallo mi sbatte troppo come colore! Sulla spalle ho una specie di zainetto che si aggrappa alle mie cosce con delle cinghie che una ragazza carinissima mi ha legato e stretto forte forte.

Sto parlando con un ragazzo seduto di fronte a me, la sua tuta è verde, verde speranza. Stiamo aspettando entrambi.

D’un tratto un rombo ci distoglie dai soliti discorsi “come ti chiami? Di dove sei? Cosa fai in Namibia?” Giriamo la testa verso il cielo e tra le nuvole basse vediamo fare capolino il piccolo aereo giallo che tra poco ci porterà oltre quelle nuvole, a 10.000 piedi di altezza.

Mi alzo, guardo l’aereo e respiro profondamente, “andiamo” mi dico in un plurale majestatis che probabilmente serve a darmi coraggio “è il nostro momento!”.

Mi avvio verso la pista polverosa e mi raggiunge un tipo coi capelli blu e una tuta blu che capisco essere il mio istruttore. Si presenta e dice qualcosa in un inglese a me talmente incomprensibile che per non deprimermi mi autoconvinco che sia Afrikaans e mi rincuoro, della serie ‘basta crederci!’

Finalmente ci fanno salire in questo ‘pulmino Ducato 9 posti con le ali’, tutti seduti a terra in 2 file con le spalle al muso dell’aereo, incastrati l’uno tra le gambe dell’altro. Io sono dalla parte opposta al portellone di lancio, dietro di me il mio istruttore e dietro di lui un altro tandem. Vicino al portellone il ragazzo con la tuta verde con cui ho parlato prima, lui sarà il primo, io a quanto pare la seconda. Ci guardiamo, ci sorridiamo, battiamo il 5 e ci auguriamo Good Luck, buona fortuna!

L’aereo comincia a correre sulla pista e poi improvvisamente prende quota e iniziamo a salire. Non vedo molto fuori, il finestrino vicino a me è alto e io sono seduta per terra e ovviamente non mi posso alzare. L’aereo continua a salire, non so per quanto, 1 minuto, forse mezz’ora? Il mio senso del tempo e dello spazio è completamente annullato in questo momento. Ma sono tranquilla, non mi sento emozionata, sono stranamente serena, una serenità che negli ultimi mesi ho sentito solo in rari momenti.

Il pilota dice qualcosa e un improvviso animarsi delle persone alle mie spalle mi riporta alla realtà, mi sa che ci siamo quasi. Il mio istruttore mi dice di sedermi sulle sue gambe, non vedo cosa fa ma sento che comincia ad agganciare la mia imbragatura alle cinghie della sua, le tira e le strattona varie volte per assicurarsi che siano legate bene.

Passa ancora qualche minuto e improvvisamente succede tutto in un attimo. Sento un fischio, si apre il portellone e subito il mio vicino con la tuta verde sparisce, inghiottito dal cielo. Non ho neanche il tempo di rendermi conto di quello che ho visto che sento il mio istruttore spostarmi di peso verso il portellone, mi fa sedere con le gambe a penzoloni e mentre io cerco con tutte le mie forze di ricordare cosa ci hanno detto prima alla mini lezione teorica e di capire come mi devo sedere e come mi devo mettere le gambe sento Blue Man che mi urla “Ready?” Non ho il tempo di rispondere perché lui subito urla “Juuump!” e mi ritrovo improvvisamente a volare libera nel cielo.

Apro le braccia, urlo e volo. La bocca spalancata in un sorriso enorme, gli occhi pieni di lacrime per l’emozione ma ben aperti per vedere la meraviglia sotto di me: l’oceano, la Skeleton Coast e il deserto che le corre accanto. L’ansia degli ultimi mesi e il dolore delle ultime 2 settimane sembrano un lontano ricordo. In realtà sono solo in stand by, torneranno con tutta la loro impetuosità non appena l’adrenalina che ho in corpo sarà passata, ma ora non importa, voglio godermi il momento, voglio assaporare questo senso di onnipotenza che mi pervade, questa sensazione di essere in grado di fare qualunque cosa, anche di volare. Passano secondi che mi sembrano minuti.

Improvvisamente mi sento risucchiare verso l’alto e la caduta libera si arresta: Blue Man ha aperto il paracadute. Ora scendiamo piano, viriamo a destra e a sinistra, mi guardo intorno, ammiro la grande bellezza di questa terra e ascolto il mio cuore che batte di felicità, di emozione. Comincio pian piano a vedere dei puntini colorati sotto di me che si fanno più grandi man mano che scendiamo, ci avviciamo finché capisco che sta per finire. Vedo la pista avvicinarsi sempre di più, alzo le gambe come mi ha spiegato e quando siamo praticamente a terra Blue Man poggia i piedi e 2 altri tipi ci corrono in contro e ci bloccano la corsa. Mi staccano l’imbragatura da quella di Blue Man, mi giro, ci abbracciamo e lo ringrazio. Vado verso la casetta in legno costruita in mezzo al deserto dove mi toglierò tuta e imbragatura. Le gambe sono molli, mi sostengono a fatica, mi sento una gelatina. Dentro il mio cuore batte ancora, mi sento lo stomaco in gola, la testa ancora tra le nuvole, non vuole scendere, sembra aver deciso che quello è il suo posto, il cielo azzurro è il suo mondo.

Mi tolgo la tuta rossa, ordino una birra, ne bevo un sorso e chiudo gli occhi: lasciatemi ancora qualche istante lassù.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Zyggy ha detto:

    Quante emozioni! Trovo che tu sia riuscita a trasmetterle a pieno. Bravissima Valery!

    Mi piace

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